giovedì 22 settembre 2011

Ridere, ridere, ridere ancora...

Alla voce "Sarcasmo", nel mio buon vecchio Zingarelli del 2000 risponde il significato di: "Ironia amara e pungente mossa da animosità verso qualcosa o da personale amarezza [...]". Per quanto mi riguarda, il Sarcasmo è un'arma di sopravvivenza; vedere la realtà, capirla, carpirne l'essenza deve portare direttamente ad esso. Tutte le situazioni, in ogni tempo ed in ogni luogo, che possono dirsi -umane, sono per definizione e per natura imperfette; è possibile dunque riscontrare in ogni cosa aspetti positivi e aspetti negativi (radice primaria, questa, del relativismo). L'imperfezione apre la via, a chiunque abbia mente sveglia ed aperta, a cogliere la pluralità di elementi e sfumature dell'esistenza terrena, materiale. Porta a vedere la proporzione fra bene e male, fra Yin e Yang, che compone l'esperienza umana ed i suoi frutti; la stessa percezione, che a noi pare completa, è anch'essa imperfetta e limitata perché soggettiva. Individuale. Quindi, soggetta a possibili integrazioni, correzioni, cancellature o aggiunte. L'istinto spesso coglie la reale essenza della materialità, ma la mente fatica di più a dare una forma e un nome alla molteplicità di oggetti percepiti; e fra questi, ve ne sono di positivi e negativi.
Tuttavia, se la tensione al miglioramento ed alla perfezione necessita una costante analisi della realtà ed annovera come caratteristica principale il riconoscimento della negatività, ridere, o meglio, sorridere in modo disincantato di fronte ad essa fa in modo di evitare la palude dell'immobilismo, l'oblio dell'incapacità di migliorarsi dovuta dalla stessa consapevolezza della negatività. Rendersi giullari, ridere di fronte alla mediocrità del male è il primo passo verso l'infinita lotta all'infinita imperfezione. Verso il riconoscimento di quanto sempre migliore ci sia.
Dopotutto, una risata ci seppellirà!

lunedì 19 settembre 2011

Fuerza, fuerza valentia.

Mi viene molto difficile credere in un Dio, un'entità superiore che osserva noi tutti, e che ha programmato un cammino per tutti noi. L'inutilità di gran parte degli eventi e delle interazioni sociali della vita dell'uomo, la sua stessa natura incompleta mi porta a vedere Dio o gli Dei come un artificio, come la retorica dell'anima, la vera chimera della mente. Non credo nella predestinazione, né in un aldilà; credo alla vita, credo al sentimento (quando è sincero) e credo che ciascuno sia chiamato, nel suo cammino esistenziale, a pesare tutti gli avvenimenti quotidiani. Ecco perché non credo in nulla, all'infuori di me stesso.
Espressioni come "godersi la vita", "carpe diem" (nell'accezione semplicistica e superficiale datagli dal mondo attuale, certo senza il significato epicureo cui Lucrezio inneggiava) mi suonano, oltre che fortemente ipocrite, anche molto ma molto fallaci. Per -Godermi la vita- devo drogarmi, andare in discoteca, conoscere quanta più gente possibile e scoparmi quante più ragazze trovo? Mi spiace, ma essendo la mia vita, scelgo di goderne come meglio credo. Mi godo la vita quando viaggio con la mente alle esperienze passate, cercando di ricordare ogni minimo particolare, per affidare loro il giusto senso che hanno e per ricercare le motivazioni che mi portano ad essere, oggi, quello che sono; un nulla, ma un nulla ben fatto ai miei occhi. Ecco, per me, qual è il senso della vita stessa: vivere oggi, con la consapevolezza di ieri, per arrivare al domani. Chi cerca altre vite o il paradiso, si perde l'oggi; chi dimentica chi è stato, non sa chi è. Respirare e pensare, così io mi godo la vita.

sabato 17 settembre 2011

Voci dall'anima. Benvenuti nel mio coro chiaroscuro.

-Sento delle voci. Quanti di voi hanno sentito qualcuno pronunciare queste parole? Quanti di voi le hanno pronunciate? Quanti, sentendole da altri o ritrovandosi a dirle, avranno pensato "Questo è un pazzo!", o avranno creduto di essere folli? Beh, io sento le voci. Anzi, vi dirò di più: credo che voi stessi sentiate le voci. Sono voci sorde, senza forma, senza un'intonazione ben precisa o una parola completa. Sono le voci che compongono ed armonizzano la grande Sonata dell'anima, invisibili e inaudibili se non attraverso il tragicomico rumore dell'esistenza in quanto tale. Ecco, il punto è questo; la grande Sonata, questo concerto di voci e cori, non è tangibile se non attraverso la fredda e insoddisfacente materia. Le voci sono diverse, e diversamente si manifestano: ce ne sono di sottili che si disperdono o che persistono, come il sibilo del vento che passa sotto la porta di notte, altre maestose ed imponenti, come le note gravi in fortissimo di un bassotuba (strumento passato sotto le mie mani e sulla mia bocca), altre dolci e celestiali come un solo di oboe su armonia di re maggiore, altre tristi e quasi funeree, come un la minore appena accennato sulle corde di una chitarra. Non sono, tuttavia, né calcolabili, né tanto meno semplificabili: per ciascuno sono diverse, e dentro ciascuno sono infinite, tante quante le sfaccettature delle sensazioni quotidiane. Si intrecciano e si accavallano l'una sull'altra, accumulandosi col numero e col peso dei giorni trascorsi.
C'è un motivo se adesso, in questo preciso momento storico della mia esistenza, in questa precisa notte di settembre, precisamente su questo balcone al buio, decido di scrivere per un blog ed aprire un contatto con il mondo sconosciuto, multiformemente composto e multiformemente percipiente del web. C'è un motivo se adesso, con questo bicchiere di succo di pesca in mano, bevuto per accompagnare l'arsura della prossima sigaretta, decido di parlare al prossimo di -Voci. Che ci crediate o no, io non le sentivo più. Ero diventato disperatamente, tristemente sordo a me stesso.
Sono giovane, alcuni direbbero che sono quasi un bambino ancora, ma la verità è che ho già il dispiacere di poter raccontare anni di vita scivolatimi addosso, con me stesso da spettatore quasi disinteressato, certamente passivo. Nel ricostruire meticolosamente la mia storia, attimo per attimo, ho cercato di individuare le cause che mi hanno portato a non sentire più le mie voci. Ero un bambino solare ma timido, introverso ma senza difficoltà a rendersi simpatico ed a entrare in contatto con le persone. Ero grassottello, per cui soggetto a scherno puerile, e più subivo l'ilarità dei compagnucci, più reprimevo le sofferenze per la mancanza di agilità e di appeal verso le ragazzine nel cibo. Poi il dimagrimento, drastico, nel giro di pochi mesi,  l'apprensione morbosa ed al limite della decenza sociale della madre, gli sguardi tra il disgustato e il compassionevole della gente di un piccolo paesello di merda dimenticato dagli dei. L'autostima distrutta dal mondo, che ti vede come un malato, un diverso, che si sente autorizzato a darti qualsiasi tipo di consiglio e il mio annuire disinteressato, perché a rispondere vieni considerato ancor più malato, come quasi in preda a un vortice che ti trascina sempre più giù. Certo, stavo meglio fisicamente dopo aver riacquistato un po' di peso, ma le remore di quel periodo sono muri ridotti in polvere, macerie per cui nessuno (come in qualsiasi storia italiana) pagherà se non il diretto interessato, me stesso. Fu lì che iniziai a perdere l'udito, non totalmente ancora, ma quasi come se un cuscino fosse premuto a forza contro le orecchie della mia percezione (sentimentale, in primis). Iniziai a fumare, naturalmente di nascosto, ed a vivere come se aspettassi solo la morte. Il colpo del K.O. arrivò un anno dopo circa, quando arrivò la tremenda possibilità di perdere una colonna. Lì, cari lettori, mi persi definitivamente. Mi abbandonai ad un turbinio di false speranze, di sensazioni superficiali, con le mani bucate a spendere inutilmente tempo nella disperazione della mia sordità. Risultato? Due amori falliti, qualche lacrima da parte mia, credo di più da parte -loro- e tanta, tanta, tanta sofferenza. La sofferenza di non poter sentire se stessi, e di aver creato dolore ad altri per questo. E' come suicidarsi due volte.
Dovevo solo risvegliarmi, ecco tutto.
Siamo arrivati al fulcro, cari lettori: se decido di scrivere adesso delle -Voci, è perché le ho ritrovate, o quanto mento le sto ritrovando tutte. Una per una. Infinite, in estensione e numero. E capite quanto questo possa essere importante, quanta gioia mi dia, potere anch'io aggrapparmi ad una persona; la più importante cui mi possa aggrappare: Me Stesso.